Chi se lo sarebbe mai aspettato? Pecore sotto copertura è una delle grandi sorprese di questa annata cinematografica.
Ci scuserà Leonie Swann, autrice del romanzo Glennkill (2005) da cui il film è tratto. Ci scuserà Craig Mazin, sceneggiatore dell’opera dopo la recente esperienza televisiva di The Last Of Us. E ci scuserà anche Kyle Balda, animatore e regista qui al suo quinto lungometraggio. Ma osservando la filmografia di quest’ultimo, che fatta eccezione per l’esordio Lorax – Il guardiano della foresta, conta il trittico Illumination formato da Minions, Cattivissimo me 3 e Minions 2 – Come Gru diventa cattivissimo, eravamo convinti che con quest’ultimo lavoro il regista non avesse alcuna intenzione di uscire dal seminato. E che Pecore sotto copertura, come il trailer lasciava presagire, si sarebbe interamente giocato sul terreno della comicità demenziale, con strizzate d’occhio per i più piccoli al seguito.
Se parte di queste previsioni si sono in realtà rivelate azzeccate, è invece la componente più “drama” dell'opera ad averci sorpreso. In un film che, pensato per lo più come simpatica parodia del genere giallo, si ritrova infatti in più di un’occasione a ragionare di questioni ben più serie.
Ambientato nei pressi della cittadina di Denbrook, in Inghilterra, Pecore sotto copertura racconta la storia di George, appassionato pastore che vive lontano dalla società e trascorre le giornate in compagnia del proprio gregge. Ogni sera, prima di coricarsi, George legge alle sue pecore alcuni capitoli di un romanzo giallo. Un’abitudine bonaria, utile a vincere l’isolamento. Ma quello di cui il pastore non è a conoscenza è che i suoi animali non solo lo capiscono, ma di giorno in giorno sono diventati dei veri appassionati del genere. Così, quando George muore in circostanze alquanto sospette, il gregge inizia a investigare e, sotto la guida dei saggi Lily e Sebastian, proverà a trovare la soluzione del caso.
Il giallo investigativo è tornato a brillare. Lo dobbiamo a Ryan Johnson, a Daniel Craig e a una trilogia che, reinvestendo sul modello Agata Christie, ha di recente reso pop linguaggi e atmosfere storicamente più televisivi. Pecore sotto copertura non è che una conferma del fenomeno. Meno adulta e forse meno ambiziosa, ma di cuore. Abile a ruminare gli ambienti e i cliché del genere (il villaggio-cluedo, le caratterizzazioni nette e riconoscibili) per offrire un prontuario adatto a ogni tipo di pubblico.
Forte della compenetrazione fra live action e animazione, il film di Balda gode peraltro del buon equilibrio tra commedia e dramma, trovando una insperata convergenza tra ibridazione stilistica e registri linguistici diversi. Non solo. Seguendo le orme della trilogia di Paddington – specie dei primi due capitoli – Pecore sotto copertura riesce nella non facile impresa di far dialogare le due tecniche, rendendo credibile l'interazione umano-bestiale e soprattutto "animando" la cittadina in una sintesi convincente.
Pur senza raggiungere la raffinatezza di scrittura di Paul King, in questo momento un punto di riferimento di questo particolare "sottogenere", l'opera di Balda ha inoltre il merito di saper scendere in profondità, nonché di lasciar spazio a emozioni che contribuiscono a fare da contraltare alla generale simpatia dell'intreccio. Decisivo, in questo senso, il personaggio del montone Sebastian, animale solitario caro a George a cui il regista affida una parentesi narrativa atta a fare luce sullo sfruttamento animale a fini ludici. Così come determinante risulta l'inimicizia tra i pastori George e Caleb, rappresentanti di due modi diversi d'intendere il mestiere e responsabili di una piega morale del racconto in direzione di temi e valori vegetariani.
Sfiorando insomma più e più volte le vertigini del cult Galline in fuga, nonché le esperienze da animatore Pixar del suo cineasta (Monsters & Co. tra gli altri), Pecore sotto copertura si avventura poi in territori inesplorati, approfittando della tendenza del gregge a dimenticare a comando spiacevoli ricordi, per innestare una semplice, ma potente riflessione sul legame tra memoria e identità.
"Chi siamo senza le nostre ferite?" si chiede Balda. E in che modo il lutto può aiutare a definirci nel corso della nostra esistenza? Gli interrogativi si rincorrono lungo l'intero minutaggio del film, tracciando un fil rouge che sottende comicità, parentesi più serie e intrighi polizieschi, per consegnarci un lavoro maturo che bela e strepita con coraggio. Che vola in alto libero, leggero come una nuvola.