Incastrato nella settimana tra il biopic su Michael Jackson e l’attesissimo Il diavolo veste Prada 2, in Italia è da poco arrivato in sala un lungometraggio che gioca con regole completamente diverse. Nel guardare Resurrection di Bi Gan infatti mi viene difficile pensare ad un film simile, nonostante sia costruito cercando di ricalcare modelli di cinema del passato con perizia estrema. Il destinatario del lungometraggio è sicuramente il cinefilo, non però nell’accezione contemporanea di nerd, di figura che vive nel compiacimento di un sapere esclusivamente nozionistico di aneddotica e citazionismo, ma in quella di appassionato che prova qualcosa in relazione ad un’esperienza più sensoriale. Il cineasta cinese infatti riporta indietro infatti le lancette del tempo, costruendo un racconto ad episodi in cui si ripercorre la storia del cinema, qui inteso come capacità di sognare in un mondo che ha invece rinunciato al sogno.
Resurrection è ambientato in una dimensione in cui infatti l’essere umano ha scoperto che proprio il sogno consuma l’esistenza, avvicinandolo alla morte e mettendolo quindi al bando. Così facendo, i più sono in grado di vivere in eterno. A resistere sono i così detti deliranti, che segretamente continuano a vivere delle proprie fantasie. Uno di questi per non essere trovato si nasconde in un luogo ormai disabitato, la sala cinematografica. Viene però rintracciato da una donna che assiste ai suoi ultimi sogni, accompagnandolo alla morte. In questa cornice muta, Bi Gan guarda a due riferimenti precisi, ovvero Georges Méliès (si parte quindi dal primo regista della storia) e l’espressionismo tedesco. Fin da subito rimango a bocca aperta, non tanto per la capacità di ricostruire quel cinema, quanto per quella di abbracciare lo spettatore e intrappolarlo in un grandissimo spettacolo.
Ecco allora i quattro sogni finali del Delirante, che tuttavia inizialmente complicano il racconto. Mi perdo, più confuso che affascinato. Il primo episodio infatti, messo in scena come un noir americano degli anni 40 simil La signora di Shanghai (con tanto di risoluzione finale tra gli specchi), vede un protagonista in un’indagine in cui si perde il confine tra l’investigatore e l’investigato. Difficilissimo da seguire, noioso, lascia una sola sensazione: “mi aspettano altre due ore così?”. La risposta è di difficile interpretazione, perché l’episodio successivo, costruito sul Tarkovskij più allegorico, è più semplice da capire sul labile piano narrativo, ma altrettanto inafferrabile nella sua dimensione simbolica. Un uomo, rimasto solo in un monastero abbandonato, entra in figura con uno spirito che ha le sembianze del padre e deve quindi fare i conti con un trauma del proprio passato. Belle immagini, ma il mio sguardo con sempre maggiore insistenza si dirige verso l’orario, attendendo una fine ancora lontana.

Il terzo episodio, sulla base di Paper Moon di Peter Bogdanovich, mette insieme uno squattrinato truffatore ed una bambina sveglia che diventa suo strumento. Dalle trame complicate e allegoriche dei primi segmenti, si passa ad un racconto molto caldo e dolce, in cui non è possibile non rintracciare il cinema di Hirokazu Kore-Eda. Nell’episodio meno spettacolare (ma non per questo meno curato visivamente) dell’intero film, si arriva per la prima volta al cuore dello spettatore che, al contrario di pochi minuti prima e io in primis, stavolta, vorrei averne di più. Si passa quindi all’ultimo segmento, in cui nella notte a cavallo tra il 1999 e il 2000, un giovane teppista si innamora di una misteriosa ragazza legata ad un gangster locale. L’episodio, tutto in piano sequenza come già l’ora finale del precedente lavoro di Bi Gan, Un lungo viaggio nella notte, mischia suggestioni da Wong Kar-wai e Mario Bava, guardando inoltre ad un certo cinema vampiresco e finendo su L’Atalante di Vigo. Questo è l’apice del film, tanto da un punto di vista esperienziale – vertiginosi i momenti in cui la macchina da presa si trasforma da osservatrice esterna a punto di vista specifico di un personaggio – tanto da quello emotivo.

Questi ultimi due episodi, valgono da soli il prezzo del biglietto e, a dirla tutta, consentono anche di rivedere a ritroso l’intera pellicola. In questa rilettura romantica dell’intera storia del cinema, non è allora naturale che qualcosa ci parli di più e qualcosa di meno? La suggestione è quindi che i primi episodi siano respingenti quanto quei grandi classici che tutti amano ma che a qualcuno proprio non vanno giù, incapace magari di relazionarsi con qualcosa che non per questo perde di valore. Bi Gan parla allo spettatore ricordandogli ciò che il cinema è stato e, almeno in questi 160 minuti, è ancora: spericolato, ambizioso, gigante (Resurrection è a tutti gli effetti un kolossal per dimensioni) e piccolo allo stesso tempo, spettacolare e intimo, sensoriale o cervellotico, narrativo o allegorico, affascinante o pungente. Si rivolge al cinefilo non per permettergli di masturbarsi nei lo sapevi che? (ciao ciao Nouvelle Vague), ma per ricordargli una prima volta, quella in cui si è innamorato di questa particolare forma d’arte o quella in cui ha scoperto che i film potevano fare questa cosa piuttosto che quell’altra. Gli ricorda che attraverso il cinema si può sognare – non sono in tanti a sostenerlo o a crederci per davvero – e che ne vale la pena anche qualora quel sogno consumi. Ricorda che i cult che amiamo non sono reperti da guardare come archeologi, ma sono ancora in grado di risuonare, sono oggetti vivi capaci di sprigionare una forza sempre rinnovata. Tira le orecchie a chi ha rinunciato a tutto questo, rinchiudendosi nel cinismo e di fatto uccidendo la vita attorno al nitrato d’argento; lo condanna ad ad un’esistenza eterna tra le macerie, mentre chi sa ancora emozionarsi e sognare è destinato a morire e risorgere ogni volta, a vivere per sempre in un singolo istante.