«Non sono più il ragazzino appena uscito dal college», sostiene il Mark Zuckerberg di Jeremy Strong in un frangente di The Social – Il prezzo della verità. Ed è evidente che sia così, non solo a livello fisiognomico. È il film stesso, peraltro in più di un'occasione, a sottolineare la distanza dal suo indimenticabile prequel, quel The Social Network che, realizzato da David Fincher ormai 16 anni fa, rappresenta una delle opere fondamentali del cinema post 2000.
Il minimo comun denominatore, com'è ovvio, è il nome di Aaron Sorkin, autore di entrambi gli script, passato oggi dietro la macchina da presa. Vero e proprio habitué dei digital-biopic (ricordiamo anche lo Steve Jobs di Danny Boyle), nonché affezionato scribacchino del genere legal-thriller (dall’esordio con Codice d’Onore di Rob Reiner a Il processo ai Chicago 7 da lui diretto nel 2020).
Basterebbe questo, insomma, a segnare l'inevitabile scarto tra i The Social. Due opere che, inevitabilmente, sono documenti di identità dei rispettivi autori e del loro modo di "immaginare" il presente. Di stare nel mondo – del cinema – e di provare a raccontarne le derive.
Ideale controcampo del ritratto di Mark Zuckerberg regalatoci da David Fincher, il film di Aaron Sorkin osserva infatti il CEO di Facebook con gli occhi di Frances Haugen (Mikey Madison), ingegnere della società che, in collaborazione con il reporter del Wall Street Journal Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), è stata parte attiva della fuga di notizie relative a documenti interni di Facebook del 2021 – confluita prima nei Facebook Files (gli articoli del giornalista comparsi sul quotidiano statunitense) e poi nel libro Broken Code: Inside Facebook and the Fight to Expose Its Toxic Secrets, scritto dallo stesso Horwitz e fonte d’ispirazione per Sorkin.
Attraverso i corpi di Madison e White, il regista si immerge così nel “fango” saltellando tra il 2019 e il 2021, tra il Covid e Capitol Hill, servendosi di infografiche, ricostruzioni flashback e spaventose percentuali, per raccontare le scandalose politiche aziendali dell’odierna Meta. A fare da perno è l’indagine sulla modifica dell’algoritmo operata da Facebook a seguito del drastico calo del coinvolgimento degli utenti registrato nel 2017. Un cambiamento basato su una nuova formula chiamata "Interazioni Sociali Significative" (MSI), e volto a incrementare l’engagement sfruttando i contenuti divisivi, controversi ed estremamente negativi – cioè i contenuti più facilmente condivisi dagli utenti, all’interno di un sistema che, consapevolmente, decise di premiare la “condivisione” con un punteggio 30 volte superiore rispetto ai like.
Il The Social di Sorkin è però un film di un altro tempo, a dispetto di contenuto e collocazione storica. Un’opera classica (fin troppo), nella quale confluisce l’intera tradizione del cinema d’inchiesta, da Pakula a Spielberg, passando per Tom McCarthy, Maria Schrader e ancora Fincher (Zodiac è solo uno dei numerosi riferimenti apertamente citati dai personaggi del racconto). Un’opera di inchiostro e telefoni non rintracciabili, di incontri segreti al parco, fogli sparsi e nottate davanti al pc. Un film di residui, dell’intero campionario analogico che resiste allo svuotamento del set-redazione. Un film materico, concreto, ossessionato dal tangibile.
«L’algoritmo non capisce il sarcasmo» rivela del resto Haugen a Horwitz nel corso del loro primo incontro. E in piena epoca digitale (di cui il Blackhat di Mann è un meraviglioso, ma già datato, manifesto), Sorkin sembra voler riaffermare il primato dell’uomo, dell’idealismo da occhiaie, sudore e olio di gomito. Dell’etica su pen drive, da consegnare rigorosamente a mano.
A questo, tra l’altro, concorre anche il duello tra lo Zuckerberg 2.0 (sempre più robotico e bisognoso di un addestramento ad hoc per poter interagire con esseri umani in carne e ossa) e il fragile duo Madison-White, la prima sottratta agli abiti da spogliarellista per mettere a nudo i segreti di Facebook (con sgarbatezza e celiachia al seguito), il secondo imbranato tecnologico posto al centro di un discorso anti de-responsabilizzazione social – «La democrazia è la migliore forma di governo, non la migliore forma di qualsiasi cosa».
Non mancano insomma gli spunti all’interno di The Social, né alcune intuizioni di cast. Ma il cinema di Sorkin, ahimè distante dal potere deflagrante del suo predecessore (e in attesa dell’Artificial di Guadagnino), finisce per essere cinema di spazi abbandonati, di anacronismi, di frasi a effetto e di buoni e cattivi. Prodotto un po’ goffo, nella forma e nella sostanza, disposto perfino a rifiutare, in bilico tra fede e fanatismo, l’impotenza del metodo di fronte ai giganti dell’high tech.
Ci crede Aaron Sorkin, ci crede davvero, fino alla fine e ai limiti dell’ingenuità. Di questo gli va dato atto.
Attenzione però. Il confine tra appassionato e polveroso è estremamente sottile.